San Bartolomeo, nuove strade per antichi orizzonti

24 febbraio 2017 | commenti: 5

Nikos__L-italia-che-affonda_gLa notizia è ufficiale: San Bartolomeo è uscita dal sistema di certificazione biologica. Una notizia importante e che apprendiamo con dispiacere e che merita senz’altro un supplemento di riflessione.

Partiamo dal comunicato che l’azienda ha mandato per rendere ufficiale la notizia. La notizia parte dalla nuova denominazione: “Pollo San Bartolomeo rurale in libertà”, in cui l’azienda garantisce 3 importanti elementi:

  1. Razza collo nudo
  2. pascolo minimo di 10 mq a pollo
  3. alimentazione con mangimi bio di produzione propria e prodotti locali ogm free

Se gli impegni sono: una razza forte e adatta alla vita all’aperto, dalle carni eccellenti e un alimentazione di prima qualità, perché non certificare con il biologico?

“Rinunciamo alla denominazione biologica perché stanchi della burocrazia a cui dovremmo fronteggiare con uno staff di professionisti, che la nostra azienda non può permettersi”.

Queste poche parole raccontano una storia a cui dovremmo prestare attenzione. Il biologico oggi non è più quello dei pionieri, e questo è in parte naturale e positivo, ma un biologico che non riesce più a tenere dentro i pionieri portatori dell’eccellenza è un campanello d’allarme per tutti i consumatori critici.

La nostra cooperativa nasce nel solco del commercio equo e solidale e cresce nel mondo dell’altra economia, con una rotta molto chiara e definita, doppiare Capo Horn. Il nostro lavoro è proprio un viaggio verso l’altro oceano dell’economia, quello ancora inesplorato. Un viaggio difficile, nel mare agitato del capitalismo in subbuglio e con all’orizzonte la tempesta perfetta della crisi ecologica imminente. Il nostro viaggio verso mari sconosciuti è fatto di rotte inesplorate e non può che continuare a sostenere chi, come la San Bartolomeo ora, prende nuove rotte per mantenere fede alla propria visione della nuova economia, quella che speriamo sostenibile e solidale. Questo per ciò che ci concerne.

Dal pionierismo al fenomeno di massa

Vogliamo però condividere con voi alcune considerazioni che nascono dal nostro punto di vista. E’ la nostra chiave di lettura e gradiremmo fosse dibattuta e speriamo sia smentita dai fatti.
Nel nostro percorso professionale abbiamo già visto e vissuto due volte la parabola del pionierismo che nella trasformazione da fenomeno di nicchia a fenomeno di massa si perde per quasi scomparire. La parabola del Commercio Equo e Solidale Italiano, che è stato un fenomeno di straordinaria ricchezza e partecipazione, è stata per alcuni anni al centro del dibattito sui nuovi modelli di sviluppo ed esempio di modello economico etico e sostenibile. Oggi il commercio equo e solidale è in crisi di numeri, è composto spesso di una militanza stanca e difensiva ed è scomparso dall’immaginario delle nuove generazioni.

Una simile parabola possiamo ritrovarla nella storia dell’Altra Economia romana, che oggi è meno dell’ombra di se stessa dopo anni di protagonismo e partecipazione di centinaia e centinaia di cittadini.
Entrambi questi due fenomeni sono scomparsi a causa della condotta arrogante dei più grandi. Una condotta accecata dal crescente successo nei numeri e nei riconoscimenti e che non era in grado di cogliere i chiari segnali di scollamento dalla base fondativa.

L’uscita dal biologico da parte di un’azienda pioniera per le motivazioni addotte ovvero, per l’arroganza di un sistema di certificazione, è esattamente quel segnale. Cosa accadrà al biologico se diventerà un mondo solo per i grandi ovvero solo per i “duri” ma non per i “puri”? L’Italia, il paese dell’agroalimentare dell’eccellenza, fatto di piccole e medie aziende ricchissime di saperi e povere di mezzi ma che costituiscono il nocciolo dell’economia di valore e di valori, può permettersi questo? Tra venti anni cosa sarà il biologico in Italia?

In economia si dibatte spesso di esternalità positive e negative e il bisogno di premiarle o contenerle (attraverso ad esempio la tassazione). Il sistema delle eccellenze agroalimentari è spesso portatore di esternalità positive in termini sociali, ambientali ed economici, perché porta con se economia locale, cura del territorio, possibilità di turismo gastronomico ed ambientale, innovazione di prodotto e di processo, ecc… Le grandi produzioni industriali invece sono spesso portatrici di esternalità negative dovute proprio ai processi produttivi e alle ricadute sul territorio. Come pensiamo di premiare le aziende portatrici di esternalità positive se nei fatti il sistema biologico per queste diviene inaccessibile?

Forse siamo solo all’inizio della parabola e forse, aprendo il dibattito e portandolo alla luce, possiamo ancora correre ai ripari e fare del biologico un buono strumento di economia sostenibile e solidale.

Lasciate i vostri commenti e aiutateci ad arricchire questo dibattito.

COMUNICAZIONE SAN BARTOLOMEO

5 commenti

  • Laura scrive:

    Nel periodo preindustriale tutto era biologico, oggi tale denominazione serve per provare ad acquistare un prodotto mediamente non alterato.
    La mia ricerca di un produttore di carne bianca non alterata da antibiotici, nasce dal fatto che in commercio trovo solo carni bianche bio Fileni.
    Le consumo da circa un anno ma non sono soddisfatta. Come posso provare le carni S. Bartolomeo? Abito a Treviso.

    • MammaMary scrive:

      Ciao Laura,
      non riusciamo ad aiutarti perchè noi siamoun rivenditore della San Bartolomeo, ti consiglio di contattare direttamente loro.

  • Linda scrive:

    E’ già da tempo che alla gente come me, ultimo consumatore, arriva il discorso che la certificazione del biologico ormai “si può comprare”. Se fosse così e basta però, come possiamo salvaguardarci dalle frodi. Dovremmo individuare la “storia” di ciascuna azienda. Non possiamo pensare di fare questo sempre. E’ risaputo che in Italia qualche controllo serio rispetto al resto del mondo c’è! E se per il consumatore come me questo significa sacrificare qualche piccola realtà locale (leggi San Bartolomeo), pur se è doloroso, ritengo però che bisognerà affidarsi pure a qualche certezza (leggi certificazione) “nero su bianco”, o il tutto diventerebbe impossibile da “governare”. Cordialità

  • Giuseppina Arpaia scrive:

    Per me i vostri prodotti sono buoni e continuerei a comprarli anche senza certificazione (per quel che vale)

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